Essere un capitano come Valerio Di Cesare

Dopo la prima sconfitta stagionale, avvenuta contro un ottimo Parma, l’uomo (prima che il calciatore) più adatto per metterci la faccia nel post-partita non poteva che essere capitan Di Cesare. Un gesto – l’ennesimo da quando scelse di mollare la Serie A proprio a Parma per ripartite dalla Serie D coi colori biancorossi sul petto – che dimostra quanto il forte difensore romano sia importante per questa squadra, sia dentro che fuori dal terreno di gioco.

Di Cesare
Copyright: SSC Bari

L’importanza di capitan Di Cesare fuori dal campo…

Ci son persone che nascono per ricoprire determinati ruoli, è una sorta di predisposizione naturale che non tutti hanno. Essere capitano non vuol dire solo avere una fascetta al braccio e partecipare al sorteggio del campo con gli arbitri. Per essere capitano bisogna metterci la faccia e avere coraggio, voglia, caparbietà, furore e nervi saldi, soprattutto nei momenti difficili.

“Ci sto mettendo la faccia”.

Di Cesare, come un gladiatore ferito ma non morto, non si è mai tirato indietro anche quando avrebbe potuto farlo. Con quell’orgoglio che lo ha sempre contraddistinto, ieri sera si è presentato davanti ai microfoni, facendo da scudo al suo gruppo dopo la prima sconfitta stagionale. Le sue parole sono risuonate come quelle di un padre che sa di star difendendo un figlio che ha avuto una pagella scolastica insufficiente, ma lo fa esclusivamente per il suo bene e per fargli ottenere buoni voti.

“Per me stiamo dando il massimo, ma dobbiamo dare di più e non voglio alibi”.

Di Cesare ci ha messo la faccia affermando quelle mezze verità per addolcire una piazza stizzita e dal palato fine. Una piazza che, con la partita di ieri, ha capito di non poter puntare – ancora – ad un piazzamento da promozione diretta, né poter replicare – forse – il gran campionato dello scorso anno culminato col sorprendente terzo posto in classifica. Quel «meritiamo di più», piovuto dagli spalti del settore ospiti dai 1.000 e passa tifosi biancorossi di un mercoledì sera lavorativo, era una semplice richiesta alla società di dare di più a questa piazza, così affezionata e così esigente.

Nessuno si sognerebbe di criticare questa squadra, oggi. Una squadra costruita in fretta e furia, lacerata da alcune cessioni eccellenti. E come tutti i baresi, Di Cesare sta cercando di ricucire la dura ferita patita lo scorso 11 giugno. Lo sta facendo prendendo per mano l’intera città, ancora scottata da un silenzio del presidente De Laurentiis e da alcune scelte ancora oscure, da quel lontano giorno che tutti vorremmo dimenticare.

Di Cesare Vicari
Copyright: SSC Bari

… e dentro il campo

Di Cesare, come detto in precedenza, non ha mai tirato indietro la gamba. Anche nella partita di mercoledì ha fornito una prestazione cattedratica fatta di lotta e determinazione contro un attacco fisico, ma allo stesso tempo veloce come lo era quello del Parma. Si è dovuto arrendere solo a un quarto d’ora dalla fine per un problema fisico, altrimenti la sua lotta sarebbe durata oltre i 90′ e chissà che il risultato non sarebbe potuto essere diverso.

Uno spirito da gladiatore, ma che non scopriamo certamente oggi. Le sue urla all’interno del terreno di gioco sono una sorta di monito per tutti i compagni che lo circondano, capire dove si è per dare il meglio.

Io voglio ripartire: tanti mi hanno consigliato di ritirarmi, io non l’ho fatto.”

Sono le parole di chi sa di non aver chiuso un cerchio, di chi ha ancora qualcosa da regalare a chi gli ha dato tanto in questa sua splendida avventura. Parole di chi ha un sogno nel cassetto. A quasi 41 anni ci mette la stessa grinta di un ragazzino delle giovanili alla prima esperienza in prima squadra. È un uomo tutto d’un pezzo, che si sente in colpa ogniqualvolta non riesce a trascinare il suo plotone nel dare il massimo.

Di Cesare, come un console alla fine del suo mandato che veniva inviato in una lontana provincia per poterla gestire, porta sulle spalle quella spada di Damocle della persona più esperta a cui spettano oneri e onori. A 40 anni e 4 mesi è anche giusto così.

“Mi sembra che ci sia una brutta negatività: mi sembra che si aspetta che perdiamo per buttarci giù.” 

Da cinque anni nel capoluogo pugliese, Di Cesare come un generale conosce il suo esercito. I soldati non sono solo i suoi compagni, ma tutti i sostenitori biancorossi sparsi per il globo. Bari è come un tiepido fuoco sulla riva del mare: ha bisogno di poco per far alimentare la fiamma, ma d’altro canto un piccolo soffio di vento lo può spegnere. Il capitano con queste parole ha cercato di tener vivo questo fuoco, spazzando via quelle folate gelide tipiche di una serata temperata di fine settembre.

Esultanza Bari
Copyright: SSC Bari

Sempre a testa alta

Non è la prima volta che Di Cesare parla di negatività, lo aveva fatto anche lo scorso anno dopo la vittoria di Cagliari. In questa annata non voglio negatività perché, insieme ai compagni, ho sofferto tanto per arrivare sino qui. Voglio che ci sia entusiasmo e non permetterò a nessuno che questo ci venga tolto”.

Lui c’è sempre stato anche nei momenti positivi, scacciando tutti quei venti negativi che giungono da ogni dove. Sapeva delle potenzialità di quel gruppo, di come con serenità si sarebbe potuto andare più lontano del previsto. Ci aveva visto molto bene.

Nel lontano 2020, dopo una sconfitta nel derby con il Foggia, Di Cesare si presentò ai microfoni rilasciando le stesse dichiarazioni. Era un Bari diverso, ma che proprio come oggi veniva da una cocente sconfitta in finale playoff contro la Reggiana di Alvini.

Così come allora, il capitano si pone come un “primus inter pares”. Un uomo, prima che un calciatore, a cui viene riconosciuta la dignità di capo tra persone con stesso valore. Tener le redini di questo gruppo non è affatto facile, ma con pazienza e fiducia, un console avrà sempre ragione. Essere un capitano, così come Valerio Di Cesare.

 

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By Domenico Farella

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