Fra il Bari e Valerio Di Cesare è finita in silenzio e in modo amaro: ieri mattina è stata ufficializzata la risoluzione del contratto che lo legava al club di Via Torrebella, ma il peso della retrocessione e tutto quanto accaduto negli ultimi mesi ha reso non semplicissimo anche il saluto. Forse l’addio non poteva che essere questo, dal momento che il campionato appena concluso ha rappresentato una ferita profonda per l’intera città, con un epilogo in cui sicuramente l’ex capitano ha delle importanti responsabilità.
Al tempo stesso, però, anche agli occhi dei tifosi tutto questo non può cancellare in toto quella che è stata l’esperienza da calciatore, in particolar modo per quanto fatto nei sei anni fra il 2018 e il 2024. Anche per tali ragioni, l’addio di quella che è stata una bandiera del Bari merita le indubbie considerazioni critiche e i primi bilanci sul suo operato da dirigente, ma anche quel senso di rispetto a chi, pur negli errori recenti, è stato un pezzo importante nella lunga storia biancorossa.

La lunga avventura fra Di Cesare e il Bari
Per Di Cesare, del resto, parlano i numeri: 235 presenze con la maglia del Bari, 49 nella sua prima esperienza (fra il 2015 e il 2017) e 186 dal suo ritorno in poi. Il tutto accompagnato da due promozioni raggiunte e un’altra sfiorata, in quel drammatico 11 giugno, che avrebbe potuto rappresentare l’epilogo più magico possibile della sua carriera. Nonostante la delusione maturata quel giorno, anche nell’annata successiva l’ex capitano ha saputo essere anzitutto un punto di riferimento per l’intera città, che in lui ha visto qualcuno a cui aggrapparsi, proprio in virtù di un attaccamento alla maglia che è stato sempre indiscutibile.
Le lacrime in conferenza stampa quando ha ricordato la finale persa, il suo saper essere leader in campo e un vero trascinatore decisivo per la salvezza, sono tutti aspetti che, probabilmente, con il tempo tenderemo a ricordare con maggior affetto e che magari avranno la meglio anche sulle diverse cose negative che oggi non si può fare a meno di sottolineare.

Un’esperienza da dirigente infelice
La storia fra Di Cesare e i colori biancorossi, infatti, non può essere racchiusa tutta in un pur meritato elogio per quanto fatto da calciatore. A bilancio vanno infatti anche gli ultimi due anni, in cui l’ormai dirigente è stato fra gli autori di due stagioni clamorosamente fallimentari, culminate con l’umiliante retrocessione. Già nel ruolo di vice, al fianco di Giuseppe Magalini, il suo ruolo non è mai stato veramente secondario. L’ex capitano, infatti, ha contribuito a condurre trattative, scegliere obiettivi e strategie. Lo scorso, in questo, è stato un mezzo disastro: alcune mosse si sono rivelate azzeccate, ma il fallimento dell’obiettivo minimo (ovvero i play-off) pesava già come un macigno sulla valutazione dei risultati della dirigenza.
E poi c’è il campionato appena concluso, che per Di Cesare va comunque scisso in due. La prima parte, ancora all’ombra di Magalini, è stata quanto mai disastrosa. Oltre alla difesa sbagliata in toto, su cui ci si è soffermati a lungo, c’è una serie lunghissima di scelte errate. L’aver puntato su Partipilo e Castrovilli, l’affare Gytkjaer, la confusione tattica. Sono aspetti che vanno certamente imputati a colui che del Bari era il direttore sportivo, ma che non possono fare a meno di coinvolgere anche il suo vice. Di Cesare era nella situazione di chi doveva imparare, ma questo non può bastare per assolverlo.

Di Cesare da Ds. La retrocessione condiziona ogni giudizio
Infine c’è stata la parentesi in cui Di Cesare è rimasto l’unico direttore sportivo biancorosso. Anche qui, impossibile un voto che non sia molto negativo, pur in presenza di attenuanti. Il mercato di gennaio è sicuramente difficile di suo, dover operare con inesperienza, senza soldi e con la necessità di rivoluzionare la squadra raddoppia questo stesso tasso di difficoltà. D’altro canto, però, è pur vero che quasi nessuna delle scelte si è rivelata felice: anche i numeri della difesa – che per un periodo con Mantovani, Odenthal e Cistana era sembrata in crescendo – sono tornati presto negativi, mentre gli innesti in avanti hanno contribuito poco alla causa.
A Di Cesare, poi, può essere imputato il non essersi discostato mai da logiche e modi di operare che già negli anni scorsi non avevano portato risultati. L’aver puntato solo su giocatori in cerca di rilancio e la poca inventiva nello scovare talenti, per citare solo due esempi, sono tutti aspetti che vanno pesanti sul piatto della bilancia e che fanno del direttore uno dei co-responsabili della retrocessione. Un aspetto, questo, che sicuramente è più doloroso per chi al Bari è profondamente legato come l’ormai ex Ds, che inizia la carriera da dirigente con una macchia importante nel curriculum. Rilanciarsi subito non è scontato, ma con un pizzico di capacità di imparare dagli errori non è nemmeno impossibile, in un orizzonte comunque pieno di punti interrogativi. Gli stessi che, dopo la retrocessione, vive il mondo biancorosso, ancora in attesa di una voce da parte della proprietà.
