La retrocessione del Bari è una tragedia annunciata

L'editoriale
Longo

Abisso; fallimento; baratro; delusione. Le etichette per il triste destino della SSC Bari sarebbero davvero infinite. Pur trattandosi di un epilogo che era già nell’aria da mesi, pur essendo un finale giusto per quanto visto in campo in questa stagione, questo non è assolutamente ciò che la città di Bari, e soprattutto una tifoseria come quella di Bari, meritano. La retrocessione del Bari in Serie C è un’onta, una macchia che non si cancella. Specialmente se arriva – sul campo – per la quarta volta in 118 anni di storia, 43 anni dopo l’ultima.

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Copyright: SSC Bari

La retrocessione del Bari

E così, dopo 7 anni, i biancorossi fanno nuovamente il loro ingresso in Serie C. Se allora era il primo necessario passo per la risalita dopo il fallimento societario, però, ad oggi si tratta di un fallimento sportivo a tutti gli effetti. La retrocessione del Bari è all’estremo di una parabola discendente che va avanti da tre stagioni. A cominciare dalla svendita – per non dire regalo – dei pezzi più pregiati a margine dei playoff contro il Cagliari, passando per una rosa completamente rivoluzionata ogni anno. Senza un serio blocco portante, senza nemmeno l’ombra di un progetto lungimirante per inseguire ancora la Serie A. Le partite si possono perdere, anche al 94′. Quello che è inaccettabile, però, è che una piazza come questa perda la passione, l’orgoglio di rappresentare un territorio. La propria identità.

Quando Moreno Longo dice: «Io i sette mesi precedenti e i quattro miei li separo e anche molto bene. […] Ho un rammarico e lo dico anche con un pizzico di presunzione: quello di non essere arrivato prima», al netto dei suoi limiti e di errori eclatanti in certe partite (Pescara e Avellino su tutte), ha ragione. Ed è solo l’ultimo esempio di una gestione societaria che da tre anni non ha né capo né coda, ma che quest’anno ha mostrato davvero il peggio di sé. Tra la gestione dell’esonero di Caserta, la scelta di Vivarini appena esonerato dal Pescara ultimo in classifica, il cambio di ds a 10 giorni dalla fine del mercato invernale… A scriverle così, nero su bianco in successione, vien quasi da ridere per non piangere.

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Copyright: Pescara Calcio

Una gestione assurda

E a proposito di direttori sportivi. Giuseppe Magalini. In teoria un uomo di calcio dall’esperienza ventennale. In pratica, un ds che nei due anni a Bari non è riuscito a costruire un singolo organico all’altezza delle aspettative, regalando all’ambiente più uscite rivedibili che soddisfazioni. Ultima, ma certamente non meno importante, quella rivelata da Benali qualche giorno fa. «Giocate tranquilli, non è un obbligo andare ai playoff». Se la mentalità con la quale si è costruita la squadra, e che è stata portata nello spogliatoio, era questa qui, il risultato non stupisce poi così tanto.

Sulla bilancia delle responsabilità, poi, non è indifferente il peso del presidente Luigi de Laurentiis, anzi. La progressiva riduzione delle risorse spese sul mercato, fino all’incredibile “zero” di quest’anno, non è certo sintomo di un progetto così grande, così ambizioso, come il presidente ha sempre cercato di venderlo in pubblico. Non basta ripetere continuamente «Vogliamo lasciare il Bari in Serie A» per farlo avverare, come se fosse una formuletta magica che, unita al blasone del club, possa portare automaticamente questi colori a certi risultati sportivi. In Serie B molti hanno fame, molti vogliono arrivare in A e lavorano per farlo. Così come sono molte le squadre che spingono per mantenere la categoria. Evidentemente, la lezione dei playout di due anni fa non è bastata. E ora, che si fa?

De Laurentiis

Cosa succede adesso?

Adesso è Serie C. E anche da un punto di vista imprenditoriale, la retrocessione del Bari è una batosta non di poco conto. Se a questo si unisce la totale rottura tra dirigenza e tifoseria, che da tre anni si allarga costantemente giorno dopo giorno, sembrerebbe logico aspettarsi una cessione del club anche prima del 2028, specie alla luce delle voci relative a presunti interessamenti esteri che da mesi rimbalzano qua e là nell’ambiente.

Ad oggi, però, il tifoso biancorosso non può far altro che sperare. Sperare che questa retrocessione serva da monito generale per chiunque sieda in dirigenza nella prossima stagione. Bari non è quello che si è visto nelle ultime tre stagioni, Bari non vuole e non merita questo. Bari merita di ripartire, di risorgere, di tornare a sognare sui palcoscenici che le spettano. Bari sono i 25.000 che festeggiano la promozione dalla C, i 40.000 alla prima stagione in B e i 60.000 cuori che cantano sotto la pioggia sognando la Serie A. È vero che una fede del genere non retrocede, non può spegnersi di fronte a tutto questo. Nel calcio come nella vita la ruota gira: il sole tornerà a splendere sul San Nicola, il bianco e il rosso torneranno a brillare. E allora tutto questo sembrerà solo un brutto incubo. Bari non muore mai.

 

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By Vito Lotito

22 anni, barese, football addicted da quando ho memoria. Nel tempo libero faccio finta di fare il giornalista!

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