La sconfitta contro la Salernitana è soltanto la seconda del campionato del Bari, dopo il pesante ko di Barletta. Due battute d’arresto molto diverse tra loro: al “Puttilli” i biancorossi erano praticamente mancati, mentre all’Arechi hanno dimostrato per larghi tratti di poter mettere in difficoltà una delle principali candidate alla promozione, disputando forse i migliori 70 minuti del campionato.
Ed è proprio questo a rendere il 2-1 di Salerno particolarmente amaro. Il Bari sta crescendo, ha trovato maggiore solidità e sembra avere ormai una propria identità, ma non ha ancora raggiunto quella maturità necessaria per trasformarsi da squadra che vuole provare a vincere il campionato a squadra realmente dominante.

Le partite vanno chiuse
Il problema non nasce soltanto all’Arechi. Già nelle prime giornate il Bari ha spesso lasciato le proprie partite in equilibrio fino alla fine, senza riuscire a concretizzare pienamente le occasioni create o i momenti di superiorità. A Salerno il limite è diventato evidente: i biancorossi avevano costruito le condizioni per indirizzare la gara e non ci sono riusciti. Contro una diretta concorrente, lasciare aperta una partita significa concedere all’avversario la possibilità di rientrare. E una squadra che vuole vincere il campionato deve imparare anche ad essere cinica e spietata quando ne ha l’occasione.
A Massimo Rastelli va riconosciuto di aver dovuto gestire per settimane una vera emergenza, soprattutto nel reparto difensivo. Le numerose assenze hanno ridotto le alternative e complicato inevitabilmente il lavoro quotidiano, con l’assenza di Gomez che pesa come un macigno sugli equilibri della squadra.
Ma gli infortuni non possono diventare una spiegazione per tutto. Ieri sono rimaste perplessità anche sulle scelte effettuate durante la partita, mentre chi è entrato dalla panchina, nelle ultime settimane, raramente è riuscito a garantire quel cambio di passo che ci si aspetterebbe da una rosa costruita per stare ai vertici. E il finale di Salerno rientra in questo discorso, con Grgic che nell’ultimo mese si è dimostrato un corpo estraneo giusto per fare un nome. Rastelli ha spiegato le difficoltà incontrate nella gestione dei cambi, ma il Bari si è comunque trovato nel momento decisivo della gara senza riuscire a governarne l’inerzia, al di là dell’assenza dei vari Gomez, Mantovani e Celli.

Bari, essere forti non basta
La classifica e le prestazioni raccontano comunque di un Bari competitivo. Sarebbe sbagliato trasformare la seconda sconfitta stagionale in un processo generale. Anzi, per oltre 70 minuti all’Arechi si è probabilmente visto il miglior Bari della stagione: squadra corta, aggressiva, capace di giocare con personalità su un campo difficile e di mettere seriamente in difficoltà una delle principali candidate alla promozione, che non aveva mai dato l’impressione di poter essere pericolosa al netto di un colpo di testa di Celiento
Ed è proprio questo a rendere il finale ancora più significativo. Per vincere un campionato non basta essere tecnicamente forti o giocarsela alla pari con le altre grandi. Bisogna saper chiudere le partite, gestire i momenti difficili, sfruttare meglio la panchina e ridurre al minimo gli errori. Il Bari ha dimostrato di poter stare in alto e, a Salerno, anche di poter esprimere calcio di livello. Il prossimo passo sarà trasformare questa crescita in continuità e dimostrare di avere anche la maturità necessaria per restarci fino alla fine. Anche perché questo campionato dà la sensazione di potersi decidere punto a punto: ogni errore può pesare e ogni occasione sprecata rischia di tornare a presentare il conto.
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