
Bari e De Laurentiis: un film muto
Nel 2026 la Filmauro celebra i suoi 51 anni di attività. Fondata nel 1975, la società di Aurelio De Laurentiis (e ancor prima di suo padre, Luigi) ha prodotto e distribuito decine e decine di film. Sono diversi anni, però, che la fu Auro Cinematografica ha deciso di sperimentare con la piazza di Bari, trasformando le estati biancorosse in una tipologia di opera che, per ovvie ragioni anagrafiche, il gruppo non può annoverare tra le sue produzioni: il cinema muto.
Era successo già nel 2020, dopo la sconfitta contro la Reggiana nella finale dei playoff per la Serie B. Poi l’anno seguente, quando il tifo biancorosso chiedeva a gran voce spiegazioni per il fallimento dell’annata in Serie C, terminata con l’eliminazione al primo turno dei playoff nella doppia sfida contro la Feralpisalò. Lo stesso è accaduto dopo quell’11 giugno 2023: un fallimento, sì, che però sembrava essere un punto dal quale ripartire. Qualcosa di diverso? Assolutamente no. Per le considerazioni del patron biancorosso i tifosi hanno dovuto attendere 32 giorni. Un classico mese di riflessione, rispettato anche dopo il playout con la Ternana del 2024, e allungato a 41 giorni dopo lo 0-0 di Bolzano che ha chiuso la stagione 2024/25.
Risultato, luogo e avversario sono gli stessi dell’ultimo triplice fischio di quest’anno. L’esito, però, è ben diverso: non una brutta passerella dopo aver mancato i playoff, ma una retrocessione in Serie C. Ecco perché già 11 giorni di assenza da parte della proprietà sono decisamente troppi. Visto il contesto, e visto quanto successo nell’ultima settimana, però, la rottura con la piazza è decisamente insanabile, ancor più di quanto appariva al termine delle passate stagioni. Per questo il tono – e soprattutto il contenuto – delle prossime parole di Luigi De Laurentiis dovrà necessariamente cambiare.

Bari non è un asset. E nemmeno una PEC
Questa volta non basterà ripetere al vento che la società ha ambizioni, che il budget (quale?) è importante e competitivo, che «la gente è troppo presa dal discorso multiproprietà» o che l’intenzione è di consegnare il Bari in Serie A. Anche perché, poi, i fatti dicono altro. Gli investimenti sulla rosa negli ultimi anni sono stati nulli o quasi, nella gestione dell’area tecnica la confusione ha a dir poco regnato sovrana (8 allenatori negli ultimi 3 anni, l’attesa di oltre un mese per l’esonero di Longo l’estate scorsa). Fino al triste, tristissimo scambio epistolare intrattenuto dal presidente del Bari con il sindaco del capoluogo pugliese, Vito Leccese. Di fatto, l’unica occasione nella quale la voce della proprietà ha raggiunto il pubblico. Visti i contenuti, il silenzio sarebbe stato estremamente preferibile.
Il tono passivo aggressivo, le velate (neanche troppo) minacce di mancata iscrizione al campionato di Serie C, con conseguente perdita del titolo sportivo. Il tutto condito da un tentativo assurdo di sbandierare i meriti amministrativi della società: tanto di cappello per i conti in ordine, ma il valore che sarebbe stato generato per quanto riguarda la SSC Bari, dov’è? Qual è il lascito sportivo che, a due anni dalla scadenza della proroga della multiproprietà, questa presidenza si prepara a consegnare? Che fine hanno fatto quelle interminabili promesse di ambizioni, di investimenti, di Serie A, ora che tutto sembra andare a rotoli? Cosa ne sarà del Bari in questi due anni e dopo l’estate 2028? Sono interrogativi che, si spera, abbiano quantomeno una parziale risposta nell’incontro tra il presidente e il sindaco di Bari, in programma – si spera, di nuovo – questa settimana.
A noi non resta che la cronaca dell’ennesima umiliazione pubblica inflitta a questi colori dal presidente del Bari Luigi De Laurentiis. Sembrerà ridondante, ma l’unico appiglio a disposizione della piazza è la speranza. Questa presidenza non sarà eterna, questa situazione non durerà all’infinito. E anche se il futuro sembra totalmente nero, il sole tornerà ad illuminare il bianco e il rosso. E il galletto tornerà a cantare. Anche perché una tradizione innestata da qualche anno – quella del silenzio – non ne può cancellare una che va avanti dal 1908.
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