Disastro Bari, l’amaro epilogo di una società senza ambizione. DeLa, quante colpe

Luigi De Laurentiis LDL Balata Bari Kuwait

Un tremendo fallimento, uno dei punti più bassi nella pluricentenaria storia del Bari. Non potrebbe esserci un modo diverso per descrivere la clamorosa (quantomeno per il blasone del club, visto che sul campo è sicuramente meritata) retrocessione in Serie C maturata pochi giorni fa. E poco importa se questa volta il fallimento è arrivato sul campo e non nelle aule di tribunale, perché questo non lo rende meno pesante. Anzi, in altre occasioni vi era la consapevolezza di poter usare la caduta per ripartire, per porre un punto e guardare al futuro, cosa che in questo caso sembra molto più difficile.

A differenza di altre volte, d’altro canto, trovare i colpevoli di questa situazione è più semplice. Sicuramente nella retrocessione vi sono evidenti responsabilità di chi ha costruito la squadra, dei calciatori e degli allenatori che si sono succeduti sulla panchina biancorossa. Questo livello di analisi, però, non può spostare il focus dal fatto che la discesa in Serie C è anzitutto l’esito di un modo di guidare il club che da tre anni a questa parte ha spinto il Bari sempre più a fondo, in cui le scelte gestionali si intersecano alle pecche comunicative, al mancato rispetto delle ambizioni della piazza, a un’ostentata sicurezza nei propri mezzi che però ha fatto a cazzotti con i risultati sportivi.

Luigi De Laurentiis
Copyright: SSC Bari

Bari. La retrocessione dei budget risicati

Proprio in virtù di questi aspetti, non si può ridurre la questione Bari ad un solo problema di budget, ma nondimeno è difficile non dare ad essa un ruolo centrale. Il club biancorosso nei livelli delle spese è sempre stato lontanissimo dalle big della categoria, non ha mai potuto permettersi giocatori di prima fascia ed ha sempre dovuto aspettare offerte, occasioni, formule favorevoli per completare la sua rosa. Un problema di soldi, ma anche di modus operandi.

Altre squadre, nel recente passato, anche spendendo meno, sono riuscite a portare a casa risultati ben più dignitosi di quelli della società di Via Torrebella, che invece negli anni non si è mai schiodata da un determinato modo di lavorare: quasi mai, se non con Ciro Polito (che non a caso stava portando la squadra in Serie A) si è scelto di provare a investire su giovani da valorizzare, inesistente lo scouting in C, nullo il budget per i cartellini. Non avremo mai la controprova, ma è difficile pensare che pescando bene non si potessero trovare giocatori utili. E poi, inoltre, quando il Bari li ha trovati (vedasi Favasuli) non ha avuto né le formule contrattuali, né la forza economica per investirci nuovamente.

Polito programma gare serie b
Copyright: U.S. Catanzaro 1929

I mercati di gennaio fallimentari

La questione economica si è rivista anche quest’anno, a gennaio, in una sessione che può essere usata come specchio sintetico di tutto ciò che non ha funzionato. Che il Bari avesse bisogno di rinforzi, del resto, era una cosa ben più che risaputa. La società, però, ha scelto di non distaccarsi minimamente da quel budget minimo già stanziato, facendo si che in attacco arrivassero solo elementi che non hanno aggiunto nulla alla causa, e nella retroguardia rinforzi con carenze di condizione o problemi fisici che poi Moreno Longo ha pagato nel corso del campionato.

È una dinamica che si è ripetuta anche in passato: basti pensare al calciomercato della stagione 2022-2023, quando ad una squadra che stava lottando per la Serie A non furono garantiti quegli innesti che avrebbero permesso ancora di più a Mignani di giocarsela. O, ancora, al campionato successivo, quando Polito dovette giocare di creatività per provare ad aggiungere qualità a una rosa in difficoltà. Per creare squadre vincenti servono soldi e idee. Il Bari, in questi anni, non ha avuto né gli uni, né gli altri. La retrocessione non poteva che essere il naturale epilogo.

De Laurentiis

Una gestione fallimentare a tutto tondo

Al netto di questo, poi, la gestione della Filmauro non ha funzionato praticamente in nulla, ad esclusione dell’obiettivo di tenere i conti in ordine (sicuramente importante, ma che per una piazza come Bari è troppo poco se non è accompagnato dalla capacità di essere competitivi in campo). Il club, dopo otto anni di gestione, è infatti una scatola vuota senza settore giovanile, senza centro sportivo, senza giocatori di proprietà. E, in più, senza la credibilità di una presidenza che agli occhi della tifoseria ha perso ogni autorità per provare a rilanciare, anche perché già in passato le dichiarazioni ambiziose di inizio stagione non sono state mai seguite dai fatti.

In questo calderone, del resto, gli errori di comunicazione si uniscono alla sequela di disastri fatti in altri campi. I silenzi arrivati alla fine delle stagioni passate hanno fatto rumore, ma quello in questo momento (per di più davanti ai ripetuti appelli del sindaco e delle istituzioni) assume l’aria di essere ancora più inaccettabile, soprattutto di fronte ad una piazza che attende di sapere il suo destino.

Probabilmente tutto questo, in fin dei conti, non è altro che il naturale esito di quel triste istituto che è la multiproprietà, che ha reso il Bari un club satellite e, impedendo la promozione in A, ha inibito la stessa proprietà dal poter investire, programmare, crescere. Un pizzico di rispetto per i tifosi, però, avrebbe probabilmente portato ad essere aperti a investimenti, a non costringere una piazza come Bari a questo livello di mediocrità. E invece, anche da questo punto di vista, dalla Filmauro sembra esserci un muro, che rende l’avvenire del club più che mai pieno di incognite.

By Raffaele Digirolamo

Dottorando in filosofia presso l'Università degli Studi di Bari. Curo la newsletter per Elezioni Usa 2024 e scrivo per PianetaBari

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