In casa Bari è una vigilia di Natale passata sul campo: quest’oggi, infatti, gli uomini di Moreno Longo saranno al lavoro per preparare la delicata gara di Palermo, in programma il giorno di Santo Stefano alle ore 18. Per parlare della sfida, all’interno della nostra LIVE su Twitch e YouTube (Clicca qui per rivedere la puntata), è intervenuto Giorgio Perinetti, direttore sportivo che ha scritto un pezzo importantissimo della storia biancorossa e che ha guidato a più riprese anche i rosanero.

Perinetti su Palermo-Bari
Chi deve temere di più la partita, Bari o Palermo?
«È una partita tra due società che hanno caratterizzato un po’ la mia vita professionale. Assisterò alla gara, perché mi trovo già a Palermo per il Natale. Sarà delicata per entrambe, perché non ci sono quei risultati sperati in estate, soprattutto per il Palermo, che è molto in ritardo rispetto alle sue ambizioni, e questo si vive in città male. Anche lo stesso City Group non vive la cosa in maniera positiva. Del resto, la crisi del City quest’anno sembra coinvolgere diverse squadre che ne fanno parte».
Come si riparte dopo la sconfitta con il Sudtirol?
«Qui viene in soccorso il turno infrasettimanale. C’è la possibilità per la squadra di avere una pronta reazione in una partita molto difficile ma stimolante. Il fatto di non dover rimuginare troppo sugli errori commessi o sull’approccio sbagliato è un’opportunità, ma bisogna trasformarla in un fatto positivo. È chiaro che poi devi fare una grande prestazione contro una squadra con caratteristiche importanti, da primato, ma che invece ha una classifica che delude rispetto alle aspettative».
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Uno sguardo al mercato
Dove può migliorare questo Bari?
«Il Bari ha avuto qualche scivolone, ma anche una striscia positiva importante. È stata una squadra rivoluzionata in estate, e la Serie B è un campionato tostissimo, imprevedibile. Ci vuole un organico molto ricco per resistere, con doppi giocatori forti e competitivi per ruolo. Serve spessore, capacità di reagire e dare continuità. In Serie B, il campionato ricomincia ogni domenica: non ci si può fermare o godere troppo di una vittoria, né deprimersi per una sconfitta. Bisogna sempre rimboccarsi le maniche e ripartire subito».
Perinetti, lei lo scorso anno ha avuto Sgarbi all’Avellino, autore di un campionato di primissimo piano.
«L’ho voluto fortemente. Ha fatto tre quarti di campionato straordinari, poi è calato nel finale, ma è fisiologico. Credo che abbia grandi possibilità. Deve essere sfruttato bene, preferibilmente come seconda punta dietro una punta principale. Quando ha spazio, diventa devastante. Se invece viene compresso in ruoli più rigidi, può faticare un po’. Ma ha un grande potenziale».

Perinetti, uno sguardo al mercato di gennaio…
«Confermo che il mercato di gennaio è sempre piuttosto complicato. Nelle squadre che vanno bene, puoi rischiare di fare dei danni pur cercando di migliorare. Nelle squadre che vanno male, è difficile trovare quei giocatori di forte impatto che possono dare una mano. Nell’anno della promozione con il nostro Bari fui fortunato. La squadra era prima, pur non avendo un organico per reggere la posizione. Conte aveva fatto cose eccezionali, Matarrese diede l’ok per quegli investimenti che ci avrebbero permesso di restarci fino in fondo. Uno su tutti, Guberti, che fu un colpo nato da una chiacchierata con il suo procuratore. Mi disse: ‘Ti saluta Guberti, è qui con me’. Io risposi: ‘Perché non vieni a Bari a vincere un campionato?’, e così quell’idea si trasformò in realtà. Però ripeto, non è facilissimo trasformare i sogni in realtà a gennaio, perché pochi giocatori di impatto possono venire, soprattutto dalla Serie B alla A».
Quanto incide oggi il ruolo del direttore sportivo rispetto al passato?
«Incide molto meno, perché le competenze del direttore sportivo sono state frammentate. Fare il direttore come lo facevo io a Bari non è più concepibile. Viene considerato ingombrante, perché ci sono troppe figure a cui deve rispondere. Si rischia di perdere incisività, e ci sono sempre più invasioni di campo da parte dei vertici. Questo rende complicato imporre le proprie idee, prendendosi la totale responsabilità. E invece, io credo che un direttore debba essere un parafulmine per la società e avere la possibilità di esprimere il proprio potenziale. Ma oggi, soprattutto con proprietà straniere, è molto più difficile, perché non vivono il territorio e non capiscono appieno le dinamiche locali».
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